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 Roberto Camerani Riduci

La sua storia

 

Roberto Camerani nasce a Triuggio il 9 aprile 1925. Suo padre, di origini romagnole, è capostazione in questa piccola località posta lungo la linea Monza - Molteno - Oggiono. La madre, originaria di Cernusco sul Naviglio, si occupa della casa e della famiglia.

Nel 1927, per una promozione, i Camerani si trasferiscono a Villa Raverio, dove Roberto frequenta le scuole elementari. Trascorre un’infanzia serena e riceve, come tutti in quegli anni, un’educazione fascista. Impara a marciare, fa proprio il motto “credere, obbedire, combattere” – diventa insomma un piccolo soldato, prima balilla, poi avanguardista, quindi marinaretto, fino a frequentare, più in là negli anni,  la scuola d’aeronautica. Si lascia incantare  dalle fantasie imperiali di Mussolini – racconta di come si sentisse un centurione dell’antica Roma quando marciava e non esita ad ammettere di aver odiato gli ebrei, credendo che fossero brutti e cattivi, perché così voleva il fascismo. E’ ancora inesperto, e non dubita della veridicità di quanto propagandato. Nemmeno le vicende familiari fanno vacillare la sua fede: crede, e non pensa, come dice lui stesso.

 

 

La serenità di Villa Raverio

si interrompe nel 1933: il padre viene licenziato dalle ferrovie per essersi rifiutato di fare il saluto romano, e con la famiglia si sposta a Monza, dove Roberto frequenta la quarta elementare. In seguito, quando vanno a vivere a Milano, sarà studente all’Istituto Gonzaga per poi iscriversi all’I.T.I. Feltrinelli. Sullo sfondo scorrono le vicende che conducono l’Italia ad entrare in guerra. Il 10 giugno 1940 anche Roberto, entusiasta, è in piazza ad esultare. Poi però la Storia inizia a toccarlo più da vicino. Un fratello maggiore è chiamato a combattere sul fronte iugoslavo, e nelle lettere a casa descrive la realtà, una realtà inaudita che dà le prime scosse alla sua fede fascista.

Si avvede della superficialità con la quale gli italiani sono entrati in guerra ed inizia a prendere atto delle contraddizioni del tempo, riflettendo sulla distanza tra pace e guerra e sulla contraddizione filosofica e religiosa tra il credo fascista e i precetti del cristianesimo.

Nel frattempo Milano è martoriata dai bombardamenti, e i Camerani, per sfuggire al pericolo, sfollano a Cernusco sul Naviglio, dove la famiglia della madre ha delle proprietà.

 

 

 

 

La scelta

 

Pur non essendosi mai impegnato attivamente in politica, una consapevolezza nuova va maturando in Roberto, e dopo l’8 settembre 1943 passa alla Resistenza, perché sente la necessità di ribellarsi a quanti si sono presi gioco del popolo italiano. Ma è comunque sempre un ingenuo ragazzo di 18 anni, e si espone  con un’opera di propaganda condotta in modo semplice e scoperto.

 

 

L’arresto

 

Viene inevitabilmente arrestato insieme a sei compagni e rinchiuso nel carcere di San Vittore a Milano, dove rimane dal 18 dicembre 1943 al 4 marzo 1944.

Ancora oggi descrive la sera dell’arresto con una precisione ed un’intensità commoventi, descrivendo le azioni di ogni suo familiare, per soffermarsi accorato sul ciao di saluto, così carico di ansia, che gli rivolge la madre.

In carcere viene interrogato e trattenuto come indiziato di delitti politici finché, il 4 marzo 1944, viene fatto salire su un treno diretto in Austria. Passa Bolzano, il Brennero e la sera giunge a Innsbruck. Lo attendono ancora lunghissime ore rinchiuso in un vagone piombato prima di giungere a Mauthausen. Quando scende dal treno non è in grado di capire cosa avviene intorno a lui, percepisce discorsi incomprensibili, ma prima di potersi riavere, viene messo in fila e costretto a marciare attraverso l’abitato. E’ ormai nei pressi del lager, quando, salendo la collina, vede apparire un cervo. Nei suoi ricordi è un simbolo della libertà che saluta degli uomini che stanno per essere rinchiusi in un campo di sterminio.

 

A Mauthausen

 

Giunge al campo e si trova ad affrontare una visione infernale: sagome di uomini in abiti da galeotti, emaciati, ridotti ad ombre, e di contro altri uomini urlanti, impeccabili nelle loro divise.

Viene sottoposto ad un sinistro rito d’accoglienza: visite mediche, controllo dei genitali per escludere che sia ebreo, rasato, privato degli abiti e dell’identità, della dignità di uomo. Gli tolgono anche il nome, ora è un numero, il criminale politico italiano 57555. Dopo un periodo di quarantena in quell’inferno viene trasferito ad Ebensee, sottocampo di Mauthausen situato al riparo di una fitta pineta, e destinato al lavoro di scavo in galleria.

 

 

Nel campo di Ebensee

 

Impara a sopravvivere in quell’inferno, ad evitare di esporsi a punizioni che potrebbero essergli fatali, si impone di non pensare a quanto ha lasciato, trova conforto solo nelle fughe notturne della fantasia. Immagina una confortevole capanna in cima ad un monte, e lì si rifugia per allontanare anche solo per pochi attimi l’orrore in cui è immerso. Per giorni e giorni non fa che scavare pietre, e le pietre scavano lui. Da 64 kg arriva a 35, al momento della liberazione è più morto che vivo. Il 6 maggio 1945, alla notizia dell’arrivo degli americani, non è nemmeno in grado di muoversi. Un giorno in più e per lui sarebbe stato troppo tardi.

 

12 zollette di zucchero

 

Ricorda quei giorni, ed attribuisce la propria salvezza a 12 zollette di zucchero, come paglia secca a ravvivare un fuoco morente. Le immagini e le parole si snodano ogni volta in  un fiume commovente di ricordi: il convalescenziario di Badichl, le crocerossine bionde, il profumo del prato di viole su cui viene posato. Roberto è di nuovo libero, e il segno del suo sentirsi nuovamente uomo è il pianto irrefrenabile che lo libera dall’orrore vissuto.

Dopo i giorni di convalescenza inizia il viaggio di ritorno in Italia. Ritrova la sua famiglia, sua madre, che come lui ha perso 30 kg.

 

La vita riprende

 

Si riprende ed inizia a lavorare, prima come assistente ferroviario, poi per l’associazione nazionale di produttore di fibre tessili, artificiali e affini, quindi in una ditta zootecnica ed infine alla regione Lombardia, settore coordinamento al piano territoriale.

Il 31 marzo 1946 (alle ore 15.00, precisa sempre) incontra Miucci, la donna che sarà sua moglie. Si sposano nel 1955, ma non avranno figli. “Che senso ha -  si era chiesto ad Ebensee - che senso ha, anche se torno a casa, fare un figlio?”

Per anni non parla a nessuno della propria deportazione, non fa ritorno in quei luoghi.

Poi, nel 1981, di ritorno da una vacanza in Ungheria, in autostrada la moglie vede l’indicazione per Mauthausen, e lo convince a compiere una deviazione. Sono in compagnia della nipote e di un’amica. Miucci gli chiede di farlo per loro.

Al campo Roberto incontra gruppi di studenti austriaci e tedeschi che ascoltano le spiegazioni di una guida. Che senso ha tornare e constatare che altri stanno facendo quanto tocca a lui fare? E Roberto capisce l’importanza della sua testimonianza.

 

 

La testimonianza

 

Inizia così un capitolo nuovo nella sua esistenza, costellato di incontri con giovani e adulti, di viaggi continui verso l’Austria, di racconti ripetuti ogni volta con la medesima vibrante capacità di coinvolgere, di spiegare, di far capire così bene un messaggio che è un invito pacato ma ineludibile a non sfuggire le responsabilità del vivere. Chi ha viaggiato con Roberto Camerani  lo sa: dal quel viaggio non si ritorna uguali.

           

      

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